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Archivio di Stato di Modena

Lo stemma alla c. 1


Approfondimenti

- Sfoglia l'Erbario

- Patrizia Cremonini, Carte verdi nell'Archivio di Stato di Modena: l'Erbario Estense, foglie tra i fogli, un rebus, un progetto, in  <<Atti e Memorie. Rivista di Storia della Farmacia>> anno XXXIII n. 2 (2016), pp. 105-115 (pdf)

- Jules Camus e Otto Penzig, Illustrazione dell’Erbario Estense, in «Atti della Società dei Naturalisti di Modena. Memorie», s. III, v. IV, a. XIX, Modena 1885, pp. 14-57 (pdf)


Carte verdi nell'Archivio di Stato di Modena

L'Erbario Estense. Foglie tra i fogli, un rebus, un progetto

di Patrizia Cremonini

L’“Erbario Estense” è un prezioso e noto reperto conservato presso l’Archivio di Stato di Modena, anonimo e senza data, attribuibile presumibilmente agli ultimi tre decenni del secolo XVI. Tale datazione lo inserisce appieno nel Rinascimento, straordinaria stagione culturale in cui ebbe a maturare una rivoluzione dello spirito che portò alla scoperta del metodo critico. In questa nuova temperie culturale anche la scienza conobbe una rinascita. Liberati dall’obbligo di fede verso quanto era stato codificato in passato in codici su cui per di più si erano venuti a sovrapporre errori interpretativi, gli uomini di scienza si sentirono legittimati di poter osservare direttamente, dal vivo, i fenomeni naturali, per sottoporli all’esperienza e alla sperimentazione, per una conoscenza che permettesse il confronto con gli Antichi, recuperandone la lezione più genuina e anche correggendo laddove necessario i codici tramandati, greci e latini. Si arrivò alla nascita di un nuovo metodo di studio e comunicazione scientifica: la raccolta di campioni vegetali preparati per essere conservati allo stato secco, ovvero, com’erano detti all’epoca, gli horti sicci. Dal secolo XVII si diffuse la denominazione di “erbari”, espressione più semplice ed al tempo stesso antica, ancor oggi attuale per designare collezioni di piante disseccate fatte a scopi e con metodi scientifici.

“Secchi”, si diceva nel secolo XVI, per distinguerli dagli horti vivi, i giardini botanici, un’altra importante invenzione scientifica di quel secolo, mosso da un profondo entusiasmo per lo studio della botanica. Proprio in tale epoca, circa verso la metà del secolo, infatti, lo studio delle piante assunse al rango di scienza autonoma, arrivando a svincolarsi dalla scienza medica alla quale era legata fin dalle origini. Peraltro, primi a realizzare l’innovativo strumento delle collezioni exsiccata furono i medici e i semplicisti (insegnanti universitari di botanica limitata alle piante medicinali), spinti dalla pragmatica necessità di riconoscere e dare un nome alle piante con azione terapeutica, avere la sicurezza di comminare efficaci farmaci naturali ai pazienti ed evitare le frodi di medicine e spezie. Tale invenzione data a partire dagli anni ‘30 del secolo XVI. Fondamentale nel promuovere e diffondere questo inusitato metodo scientifi co, se non addirittura vero e proprio ideatore, come noto, fu Luca Ghini (Croara, 1490-Bologna, 1556), medico e professore di Semplici medicinali all’Università di Bologna, dove, negli anni 1534-1544, oltre ad avvalersi durante le lezioni di erbari da se stesso confezionati, insegnò ai suoi studenti medici le tecniche di essiccazione. Ghini fu anche antesignano nell’ambito degli horti vivi, coltivando varie erbe medicinali probabilmente in un suo Orto privato. A lui si deve la fondazione del primo Orto Botanico del mondo, a Pisa, attorno al 1543/1544, e di un altro a Firenze nel 1545. Ad alcuni suoi allievi, Aldrovandi, Cesalpino, Cibo, Merini e Petrollini, appartengono i 5 più antichi erbari secchi italiani fin qui pervenuti.

L’exsiccata “estense”, databile all’ultimo trentennio del secolo XVI, fa parte di questo prezioso gruppo di sopravvissuti erbari realizzati in Italia. Il suo ancora sconosciuto autore (o autori) va dunque ricercato nell’ambito universitario e scientifico più innovativo ed illuminato del periodo. Difficile accettare l’ipotesi formulata a fi ne Ottocento dai botanici Jules Camus e Otto Penzig che, nella pur pregevole loro disanima dedicata a tale hortus siccus, ne attribuirono la paternità ad un semplice “giardiniere della casa ducale”. Le erbe selezionate per horti sicci e horti vivi rispondevano alla funzione didattica di permettere l’identificazione delle piante terapeutiche. L’“Erbario Estense” aveva appunto tale scopo. L’aspetto estetico delle piante era cosa trascurabile per il suo autore, utile solamente per favorirne la precisa identificazione, come ben rimarcano certe denominazioni sempre incentrate sull’efficacia terapeutica (ad es. “Croco delle spiciarie”, carta n.c. 16r./13r., e “Senna vera delle spicciarie, che vien di Levante”, carta n.c. 70r./67r.).

L’“Erbario Estense” è un volume composto di 149 carte complessive con 181 campioni vegetali interi o in più o meno piccole sezioni agglutinati su 146 fogli; solamente questi ultimi sono contrassegnati in alto a destra da una numerazione progressiva di mano coeva (le prime 3 carte non sono numerate).

Nel Settecento gli archivisti ducali estensi dedicarono particolare attenzione a questo hortus siccus. Se ne trova attestazione nello stesso erbario. Alcune scritte e probabilmente anche certe vistose manomissioni sono infatti riconducibili al Secolo dei Lumi. La coperta in cartone, originale del secolo XVI, offre dati interessanti. Reca una segnatura: “N. 6”, il che induce a pensare che il volume facesse parte in origine di un corpus più ampio di cui forse costituiva la sesta opera. Vi si legge anche un titolo assegnabile però ad una mano del secolo XVIII: “Botanica ERBARIO ESTENSE”. In tale denominazione, con scritta in caratteri capitali per quanto attiene alla proprietà estense del volume, si rintraccia un gusto proprio di quell’epoca per la tassonomia, il voler inquadrare l’opera in un ben preciso quadro conoscitivo assegnandola ad una specifica disciplina, la botanica. Tuttavia – evidentemente – un certo rigore storico dovette imporre agli archivisti di collocarlo in “Medici e medicine” e non – come avrebbero potuto fare – in una delle due buste di “Storia naturale”. Forse appartenne ad un medico il cui cognome iniziava con lettera C? Sulla prima carta dell'erbario si osserva un’altra intromissione degli archivisti settecenteschi. Come fosse un frontespizio, vi apposero una scritta che oltre a ribadire l’appartenenza del volume alla Corte estense, ne attribuiva l’età: “Ducale Erbario Estense del Secolo XVI sul fine”. Ad un anonimo archivista settecentesco dobbiamo dunque la denominazione con cui ancor oggi conosciamo questa collezione exsiccata, “Erbario Estense”, ed anche una prima (corretta) datazione del manufatto. Nella stessa prima carta un elemento grafico di mano cinquecentesca tuttavia fa da forte contrasto al suddetto titolo. Si tratta dello stemma di casa Crivelli, antica famiglia originaria di Milano attestata sia a Ferrara (dal secolo XII) sia a Modena (secoli XV-XIX). Pur tracciato con rapido schizzo ad inchiostro, gli elementi dello stemma son ben riconoscibili: inquartato, con al centro un crivello o buratto, sormontato da un’aquila partita di nero coronata nel capo.

Un importante apporto degli archivisti settecenteschi che merita segnalare è la redazione di un dettagliato indice di tutti i reperti medicamentosi agglutinati nel volume. Redatto su due bifogli di carta color verdino, il documento venne allegato, sciolto, allo stesso erbario. Su ordinate colonne sono riportate le nomenclature di ciascuna pianta rispettandone scrupolosamente la forma ortografica (“temporis orthographia servata” è scritto all’inizio della colonna con le denominazioni), a fianco, su altra colonna, segue il numero di contrassegno del reperto, infine in altra finca, è la “posizione”, ossia il numero del foglio in cui era stata incollata la pianta. Si osservano due mani diverse: una ha redatto l’indice fino alla carta 121 (n.c. 124) dell’erbario, una seconda mano ha terminato l’opera.

Nell’Ottocento l’erbario venne segnalato agli studiosi grazie ad una mostra (1882) progettata dall’allora direttore dell’Archivio di Stato di Modena Cesare Foucard. Fu a questo punto che i citati Camus e Penzig dedicarono un attento studio all’exsiccata, pubblicando l’importante contributo Illustrazione dell’Erbario Estense (1885) giungendo a circoscrivere la realizzazione dell’erbario ad un preciso periodo: 1585-1598. Considerando che la definizione “Veluschio ceruleo così detto da Castor Durante” per la pianta del Velucchio ceruleo riprendeva una denominazione apparsa nella prima edizione del 1585 dell’“Herbario Nuovo” del Durante, reputarono di avere trovato una data iniziale di riferimento, 1585. Altri utili elementi esaminati furono le filigrane sulle carte dell’erbario di cui i due botanici trovarono riscontro con quelle di una “ricchissima raccolta” del celebre storico dell’arte modenese Adolfo Venturi (1856-1941) “desunta dalle antiche carte ferraresi” conservate nell’Archivio di Stato di Modena. Trattandosi di filigrane ferraresi, Camus e Penzig ritennero di poter fissare come data limite l’anno in cui era avvenuto l’abbandono forzoso di Ferrara da parte degli Estensi, il 1598.

Quasi tutti i reperti sono descritti da una sola mano, con scrittura grande corsiva che utilizza iniziali maiuscole eleganti con trattini posti a chiudere il ductus. Si tratta della mano dell’artefice, solo lui avrebbe potuto precisare un effetto dell’essicazione: “Malva Arborea Rossa over incarnatina ma quando è stata secha è venuta morella” (carta n.c. 110r./107 r.). In un foglio troviamo un’altra scrittura più calligrafica, d’altra mano (carta n.c. 6r./3 r.), che ha vergato la scritta “Salvia Salvatica”, andando a correggere un’attribuzione sbagliata (“Litosperno”) attribuibile alla prima mano. Gli autori furono dunque due e di differente autorità scientifica?

Alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso, su decisione del Direttore dell’Archivio di Stato, Angelo Spaggiari, e su intervento di Maria Antonietta Labellarte del Laboratorio di restauro dello stesso istituto, il volume è stato sciolto per salvaguardare la conservazione dei campioni botanici. Attualmente ciascuna carta è collocata in apposito contenitore antiacido e in cartelline di carta barriera. Come già detto tale campionario botanico è noto, ma ancora attende un accurato studio ed una piena valorizzazione. Molti sono gli aspetti da indagare. Per questo motivo, in collaborazione con la Prof.ssa Chiara Beatrice Vicentini (Dipartimento di Scienze della Vita e Biotecnologie-UNIFE) ed il Prof.re Carlo Romagnoli (Dipartimento di Scienze della Vita-UNIMORE), che ringrazio per avermi assegnato il compito di portavoce di un impegno comune, stiamo elaborando un progetto di studio e ricerca, inserendo l’exsiccata estense in un quadro più ampio di indagine sulla scienza medica e di storia naturale a Ferrara tra i secoli XVI-XVII.

Il cosiddetto “Erbario Estense” è ancora un rebus, molte domande aperte ci attendono.



Ultimo aggiornamento: 29/06/2020